“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.
Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.
休息のマドンナ
Kyūsoku no madon’na
È un Venere distratta quella che nasce dalle montagne innevate. Tutti i fiumi hanno contribuito a trasportarla a valle, dove ora riposa guardando un cielo forse terso, forse stellato. I comandi di Giove o dell’Altissimo dovranno aspettare: giacciono dimenticati assieme al mazzolino di gigli posto a lato del suo corpo nudo, notizie e annunciazioni di poco conto rispetto a un meritatissimo minuto di pace. È questo l’unico modo che rimane, persino alle divinità maggiori, di far fronte al proprio ruolo: rubare tempo al tempo, ripescare il proprio vero nome tra una marea di titoli e appellativi. Perché anche Venere avrà pianto a dismisura e la Vergine riso a crepapelle, momenti dimenticati dalle cronache di qualche umano sbadato.
Il ritratto e autoritratto di Maddalena Tesser, intitolato “Il sogno della laguna”, 2025, svela queste intimità segrete, rappresentando uno dei rari momenti in cui il sé esiste all’infuori dei ruoli che è chiamato a svolgere. Giovane, vecchia, figlia, pittrice; queste e infinite altre denominazioni, interrogando lo spazio vuoto che si forma tra l’anima e la pelle, cessano di avere importanza. E se restare da soli con se stessi alle volte può fare paura, ci sono circostanze in cui questo rapporto risulta l’unica benedizione possibile.
La pittura, in questo caso, fa quello che sa fare meglio: restituire sotto forma di immagine una narrazione che potrebbe avere senso soltanto in poesia. La sensazione di guardare un afflato è amplificata infatti da un uso non realistico degli elementi figurativi, organizzati non più come singoli oggetti ma come una pluralità di simboli. I fiumi, le cuffie, i gigli e la nudità non sono altro che chiavi dello stesso scrigno, disseminate su tela per concedere allo spettatore di partecipare anch’egli alla fuga armoniosa.
Image credits: Anastasiya Parvanova