“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.
Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.
不可能なこと
(Fukanōna koto)
Quando entriamo a contatto con reperti, ricostruzioni e rappresentazioni della Terra prima dell’uomo, un brivido ci corre lungo la schiena. Ci specchiamo e non riusciamo a vederci; lo specchio stesso sembra ridere della nostra presunzione. L’inquietudine lascia spazio al sollievo quando il riflesso assume forme a noi più vicine, siano esse quattro zampe e un paio di occhi, o insetti e piante alieni soltanto in virtù delle loro dimensioni. E forse il termine tempo profondo, utilizzato per definire il periodo anteriore alla preistoria, al di là della sua valenza scientifica costituisce proprio nel suo richiamo poetico l’ultima fase della nostra esperienza: la meraviglia.
Fossili e numeri, da soli, sarebbero certamente bastati ad affascinare il pubblico moderno. Tuttavia, nel caso della paleontologia, l’arte si è rivelata fin dal principio uno strumento fondamentale per l’analisi, la comprensione e la trasmissione delle scoperte fatte.
Il disegno e la pittura, così ragionate, si declinano secondo la concezione leonardesca dell’artista come studioso delle forme e delle abitudini proprie dei soggetti.
E se l’opera “Edaphosaurus cruciger and Meganeuropsis” ritrae un istante preciso della storia dell’evoluzione, anche il dipinto stesso ha dovuto attraversare diversi stadi evolutivi. Seguendo rigorose norme compositive (ed operando nel rispetto di ferrei vincoli scientifici), l’artista ha trasformato una tinta unita in paesaggio, abitato a sua volta da personaggi che avremmo potuto veramente ritrovare lì, presso lo stagno, circa 280 milioni di anni fa. L’attenzione del pittore sta nell’utilizzo di colori complementari per evidenziare la cresta dell’Edaphosaurus cruciger, una caratteristica evolutiva probabilmente legata a dinamiche di selezione sessuale, e si nota anche nella posizione scelta per immortalare le Meganeuropsis che, stanche dopo un lungo volo, stanno scaricando il calore aggrappate a quello che, a loro avviso, somiglia soltanto ad un altro grande sasso.
Image credits: Emiliano Troco