“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.
Organised with the support of several members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.
バルコニーから逃げ出した猫
Barukonī kara nigedashita neko
Il gatto che scappò dal balcone
Se negli anni ’90 si usava discriminare i bambini sulla base di regole subdole ma ancora giustificabili (al primo posto nella piramide degli sfigati c’erano, ad esempio, i mangiatori di pan bauletto), oggi i canoni su cui si basa la selezione sembrano essere cambiati in peggio. Si mimano i bisogni di un certo tipo di adulti e, di conseguenza, si desidera ciò che si pensa abbia importanza per loro. E così si arriva a volere un iPhone già alle elementari, pena l’esclusione dal branco, o a camminare tutti storti fingendo di avere i tacchi.
Questa è una delle riflessioni che ha ispirato la serie Y Phone di Luka Širok, uno fra i Pilastri più solidi presentati fino ad ora qui a Joystick, che si è dovuto confrontare in prima persona su determinati dilemmi morali. È nata così una narrazione simile a uno story board cinematografico, in cui alcuni elementi si rincorrono mentre altri si aggiungono spontaneamente alla tela, calcificandosi in una somma di strati prima di raggiungere la loro forma finale vera e propria.
L’opera Texted me, nata per l’appunto anche a partire da un confronto generazionale, tratta concetti come gestualità, comunicazione, imprevedibilità e luce che emergono nella relazione persona-telefono. A primo impatto ovviamente è impossibile non notare il volto risucchiato dallo schermo della ragazza in primo piano; la sensazione di disagio viene però esacerbata da un contrasto esagerato e da pennellate distinte, a tratti primitive, che uniti alla dolcezza delle linee contribuiscono a creare nello spettatore un piccolo cortocircuito.
La velata sensazione di allarme così ottenuta, condivisa poi con il pubblico riporta l’attenzione su un racconto che si espande inevitabilmente all’infuori della fisicità dell’opera, in direzioni suggerite sottovoce.
Image credits: Bianca Francesca Serafin, Gemma Turroni