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14.01.26 I Pilastri
15.12.25 I Pilastri
01.12.25 I Pilastri
07.11.25 Cera
02.10.25 Pelle d’Istria
31.07.25 Ottavo Clima
22.06.25 I Pilastri
31.05.25 Il profumo del tempo
01.04.25 MONSTRUM
26.02.25 I Pilastri
19.02.25 I Pilastri
11.02.25 I Pilastri
04.02.25 I Pilastri
21.01.25 I Pilastri
14.01.25 I Pilastri
19.12.24 I Pilastri
12.12.24 I Pilastri
30.11.24 SMACK!
15.10.24 FM Anthology
14.08.24 Astromimesi
19.07.24 Deus e Macine
10.06.24 CRASH
07.05.24 Voli Pindarici
Calori&Maillard
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Aleksander Velišček
Tommaso Viccaro
Moe Yoshida
Sebastiano Zafonte
Maria Giovanna Zanella
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Luisa Badino,Maria Giovanna Zanella

Deus e Macine
24.06 ― 19.07.2024

A bi-personal exhibition by Luisa Badino and Maria Giovanna Zanella, “Deus e Macine” is the third in a cycle of four exhibitions held during the first months of the 60th International Art Exhibition. The project, conceived by Mattia Sinigaglia, sees painting as the main protagonist and involves artists who studied at the Venice Academy of Fine Arts.

In “Deus e Macine”, the locution ‘Deus Ex Machina’ is ironically altered in a play on words that brings an element that has always been confined to the aulic sphere onto a reality, thus turning the object (‘macine’, biscuits no one can resist) into a symbol of a contemporary sentiment: the irrepressible desire, the insatiable impulse before the object of desire. The protagonist, together with Maria Giovanna Zanella and Luisa Badino, is therefore the voracity with which both artists approach their modus operandi, allowing the material used to bring out unexpected traits. Like their works, so too the exhibition is unexpected, presenting also site-specific works.

 

PETTO O COSCIA

«Alouette, gentille alouette,

Alouette, je te plumerai.

Je te plumerai la tête.

Je te plumerai la tête.

Et la tête!

Et la tête!

Alouette!

Alouette!»

Alouette, filastrocca popolare franco-canadese

A Malta decine di donne grasse dormono indisturbate da migliaia di anni. Alcune sdraiate, alcune sedute, si annoiano tra le luci soffuse del Museo Archeologico, i grandi seni di pietra accasciati su pance sublimi.

I loro bei volti, offesi da vento e pioggia, di rado conservano gli occhi ed è forse per il meglio. Se vedessero infatti cosa succede in Calle Longa 2125/B, il tripudio di gesta di una lontana progenie, il sonno verrebbe istantaneamente rimpiazzato da un’euforica veglia.

Matasse di corpi dai sudori colorati, gentiluomini e gentildonne titanici che sembrano indecisi se fare la guerra o la pace; queste le figure della pittrice Maria Giovanna Zanella, impegnata a paragonare l’intimità corpulenta dei suoi soggetti al brulicare – a tratti disgustoso o imbarazzante – degli insetti al levare della pietra.

In dialogo, in questa terza mostra di spazio Joystick intitolata “Deus e Macine”, l’artista Luisa Badino, illusionista e custode della sintesi. I suoi lavori sembrano fiorire nel contrasto: luce e ombra, pieno e vuoto, bidimensionalità e rilievo. Ogni opposto converge nel tentativo di definire un equilibrio formale e narrativo che sembra essere costantemente appeso a un filo; una fragilità elegante (in questo caso l’aggettivo fa riferimento alla sua etimologia), il cui scopo è evidenziare il valore di un giusto mezzo pitagorico ed emotivo.

Come la percezione dei colori cambia in base agli accostamenti, così le due artiste si riflettono inevitabilmente l’una nell’opera dell’altra: se l’armonia sospesa delle tele e sculture di Badino spinge l’occhio ad apprezzare il romanticismo celato nella visione di Zanella, viceversa la poetica della vulnerabilità dei dipinti di Zanella aiuta lo stesso occhio a inquadrare una vulnerabilità meno esplicita nei prodotti di Badino.

Due modi diversi di raccontare una stessa storia a partire da un punto di contatto concreto: la voracità. Se infatti questo tratto è distintivo in opere come “Che cosa hai messo nel bidet”, serie di nove carte in cui l’analisi dell’appetito fisiologico prospera in un’insaziabile fame sessuale, caratterizza anche la scultura “Specchietto per le allodole”, fatta di pasta di sale, ferro, cavi e, ovviamente, specchi. In questo caso il bersaglio di questi ultimi è il pubblico, facile preda delle proprie distrazioni. E seppure il parallelo sia con gli abitanti del cielo, come scriveva Emily Dickinson: “L’Allodola non si vergogna / di costruire sul terreno / la sua modesta casa”. Ed ecco che la dimora della vita e delle sue pulsioni non è mai nell’empireo, per quanto si cerchi di volare sempre più in alto, ma presso lombrichi, felci e camere da letto.

All’alouette, quindi, bastano pochi secondi per finire arrosto; è con questa consapevolezza che si dimostra saggio scegliere con cura il proprio Narciso.

In opposizione alla materialità del contesto della mostra sembra posizionarsi “L’antro della regina”, dimora di silhouettes su mensole traballanti e volatili. Tuttavia, guardando all’origine dei questa pratica scopriamo che tutto cola dalla stessa sorgente, ovvero quell’amore dantesco “che move il sole e le altre stelle”. È Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), ad offrirci in questo caso i suoi servigi, inserendo nel quindicesimo capitolo del libro XXXV della Storia Naturale il racconto della nascita della prima silhouette.

«Butades, un vasaio di Sicione, fu il primo che inventò, a Corinto, l’arte di modellare ritratti nella terra che usò nel suo mestiere. Fu attraverso sua figlia che fece la scoperta; la quale, profondamente innamorata di un giovane in procinto di partire per un lungo viaggio, tracciò il profilo del suo volto, come gettato sulla parete dalla luce della lampada». Da qui l’origine della pittura su ceramica a figure nere.

Diversi tipi di amore, quindi, danno origine a diversi tipi di arte. Ombre, luci e silhouettes che, in questo caso, coinvolgono tutte le opere in mostra in un gioco di potenziamento e depotenziamento della realtà.

 

Critical text by Beatrice Timillero.

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