A bi-personal exhibition by Bogdan Koshevoy and Bruno Fantelli, “Crash” is the second in a cycle of four exhibitions held during the 60th International Art Exhibition. The project, conceived by Mattia Sinigaglia, sees painting as the main protagonist and involves artists who studied at the Venice Academy of Fine Arts.
Although the works of Koshevoy and Fantelli are presented through different aesthetics and themes, they are united by a pervasive feeling of disquiet. On the one hand, in Bogdan Koshevoy’s industrial landscapes, now abandoned and disused, silence becomes a protagonist on a par with the melancholic architecture and enigmatic painted figures. On the other, Bruno Fantelli’s grotesque and monstrous crowds create an apparently chaotic narrative in which noise takes shape through material brushstrokes and the reuse of everyday objects that, assembled, come to life.
UN DIAVOLO PER CAPELLO
Primo avvertimento: non toccate i Chimei –
Secondo avvertimento: non guardate i Chimei –
Terzo: sul serio, non so se sia il caso di visitare questa mostra!
Se non vi ho ancora convinti lasciate che vi racconti la loro storia e, soprattutto, il motivo per cui sono tanto arrabbiati.
Queste strane creaturine vengono principalmente dalla Cina.
Prima della rivolta avevano nomi diversi: Silicio, Palladio, Cobalto, Litio, Tulio, Itterbio, Lantanio, Cerio, e molti altri; appartenevano alle montagne.
Poi degli strani bipedi senza ali hanno cominciato a scavare nella roccia; li hanno separati, raffinati, drogati (apparentemente questo è il gergo scientifico), e riassemblati in modo ordinato per fare di loro telefoni, elettrodomestici, razzi spaziali e satelliti. Certo, potrebbe sembrare che a questi ultimi sia andata meglio. Eppure, galleggiare per sempre soli, nello spazio… Molti altri, comunque, hanno condiviso un destino peggiore. Le loro tombe risiedono in grandi discariche a cielo aperto, monumenti al disinteresse umano nei confronti del riciclo di materiali preziosi. Gettereste mai un diamante nel cestino? Lo stesso vale per un microprocessore. Tuttavia in Europa l’educazione a riguardo è ancora piuttosto scarsa. Solo il 30% delle cosiddette terre rare (REE), viene infatti smaltito a dovere.
Ahi, mi ha morso! Tutta colpa di Bruno Fantelli e Bogdan Koshevoy, che in un impeto di bontà di cuore hanno dato loro bocche, zampe e case in cui vivere. Visto il caos che c’è qui dentro non sono sicura sia stata una buona idea.
Ad ogni modo i Chimei, così soprannominati in onore di una rivolta dei loro antenati, i feroci Sopraccigli Rossi, ora che possono finalmente parlare non se ne stanno zitti un secondo. Chiedono a gran voce di tornare pendii e crepacci, caverne e letti di fiumi, senza rassegnarsi all’inevitabilità della loro nuova natura. E se Spartaco, forse, avrebbe fatto in tempo a tornare libero, questa rivolta porta il segno della fatalità degli eventi.
La maggiore rappresentate di questa e molte altre metamorfosi è la figura della fabbrica, che qui ritroviamo emblematica nella grande tela di Koshevoy, “Melting Point”. Nonostante il lato umano delle cose spesso le peggiori, è possibile trovare un fascino sinistro nelle mega costruzioni di acciaio e tubi sparse in giro per le campagne. Probabilmente questa riverenza è insita nel genere homo: essendo la creazione di utensili il perno dell’evoluzione della specie, guardare dritto in faccia il simbolo di questo enorme sviluppo non può che essere a suo modo gratificante. Il secondo perno, di sicuro, è l’arte. E con la stessa soggezione possiamo ammirarne i progressi, una fabbrica ad olio che, attraverso l’inquietudine dei suoi colori, ci trasporta nel luogo in cui sia gli umani che i Chimei vengono spesso torturati.
Insieme alla libertà dei piccoli chip in fuga per la stanza, qui possiamo trovare le uniche (quasi) figure umane. La nebbia e l’estasi, così ritratte, potrebbero costituire un rimando all’accettazione della grande macchina in cui siamo tutti imprigionati, nessuno escluso.
I guerrieri però esistono, e sono coloro che davanti alla torre la vedono sdoppiarsi e si interrogano su quanto valga la consapevolezza di questo glitch. È il paradiso terreste ad essere deviato, o lo sono i nostri occhi?
Se la pittura di Koshevoy spalanca delle finestre su questa insicurezza, gli elementi che inserisce Fantelli in questa narrazione condivisa sono ironici spiritelli di minacce ben più gravi. Un diavolo per capello: ecco di cosa sono fatte oramai le nostre teste. Ma attraverso il pennello e l’utilizzo, in questo caso, di materiali di recupero reali e tridimensionali, i problemi di ogni sorta vengono miniaturizzati. In questo modo, pur costringendo la realtà ad autodenunciarsi, l’intervento del pittore la rende più affabile, molto meno spaventosa di quanto non sia. Rende anche possibile uno sguardo dall’alto, meditativo, capace di ragionare sulla situazione piuttosto che esserne travolti.
È imperativo quindi sfruttare questo utile momento di prospettiva per analizzare con distacco il nostro ruolo nel mondo, conservando la lezione dei Chimei. Viviamo consapevoli delle forze che agiscono attraverso le epoche, coltiviamo la nostra voce e abbracciamo le nostre azioni.
Si è sempre detto che il tempo sta scadendo. Facciamo finta, per un attimo, che sia davvero così.
Critical text by Beatrice Timillero.