Logo JOYSTICK
26.02.26 Orbi Virtuos
14.01.26 I Pilastri
15.12.25 I Pilastri
01.12.25 I Pilastri
07.11.25 Cera
02.10.25 Pelle d’Istria
31.07.25 Ottavo Clima
22.06.25 I Pilastri
31.05.25 Il profumo del tempo
01.04.25 MONSTRUM
26.02.25 I Pilastri
19.02.25 I Pilastri
11.02.25 I Pilastri
04.02.25 I Pilastri
21.01.25 I Pilastri
14.01.25 I Pilastri
19.12.24 I Pilastri
12.12.24 I Pilastri
30.11.24 SMACK!
15.10.24 FM Anthology
14.08.24 Astromimesi
19.07.24 Deus e Macine
10.06.24 CRASH
07.05.24 Voli Pindarici
Calori&Maillard
Riccardo Albiero
Luisa Badino
Sofia Battan
Thomas Braida
Lorena Bucur
Clelia Cadamuro
Ornella Cardillo
Simone Carraro
Nina Ćeranić
Brenno Damian
Nebojša Despotović
Juliana Destefanis
Sara Devetta
Giuseppe Diliberto
Bruno Fantelli
Kishor Fiorin
Elena Furlan
Enej Gala
Riccardo Giacomini
Ketty Gobbo
Andrea Grotto
Bogdan Koshevoy
Claudia Lai
Besnik Lushtaku
Fondazione Malutta Anthology
Daniela Moruz
Nikko Mundacruz
Yaël Ohayon
Edison Pashkaj
Beatrice Pistolesi
Cristina Porro
Barbara Prenka
Matteo Rattini
Giulia Rinaldi
Dionysis Saraji
Pierluigi Scandiuzzi
Mattia Sinigaglia
Luka Širok
Petra Stipanovic
Gaia Tessarolo
Maddalena Tesser
Emiliano Troco
Sulltane Tusha
Guendalina Urbani
Aleksander Velišček
Tommaso Viccaro
Moe Yoshida
Sebastiano Zafonte
Maria Giovanna Zanella
2024
/
2025
/
2026
22.01.26 Orbi Virtuos: Elena Furlan,Gaia Tessarolo,Giulia Rinaldi,Sara Devetta,Sofia Battan,Claudia Lai,Daniela Moruz
Copia di temporaneo

The exhibition explores the return of esotericism as a symbolic response to the uncertainty of the present. In a context marked by hyper-connectivity, instability, and hyper-rationalism, the works on display investigate rituals, occult knowledge, and magical imagery as tools for constructing personal and collective mythologies and for navigating uncertainty. The visions presented oscillate between self-narration, magical aesthetics, and cultural critique, questioning how contemporary esotericism responds today to an ancestral need for transcendence and connection. Suspended between resistance and commodification, esotericism emerges as the language of the present. The works engage with the invisible, inviting the public to dwell in mystery, ambiguity, and doubt as active spaces of possibility.

 

ORBI VIRTUOS

L’esoterismo, con la sua promessa di segreti nascosti e verità inaccessibili alla comprensione comune, affascina da sempre. In epoche di crisi e transizione le pratiche esoteriche sono riemerse come risposte alternative al pensiero razionale dominante. Oggi, in un presente segnato da iperconnessione, instabilità e accelerazione tecnologica, il ritrovato interesse per le tradizioni arcane e misteriose si manifesta come un pozzo simbolico e inesauribile da cui attingere forme, gesti e visioni.

Il razionalismo ci sfida a non credere in niente, e noi, quasi in risposta, ci aggrappiamo a ciò che sfugge alle spiegazioni plausibili. Come magneti, siamo attratt3 da pratiche nate per interpretare l’agentività della natura, sospese tra epistemologia e magia. Ma perché questa ossessione così viva, quasi irresistibile, per l’esoterismo, il misticismo e le pratiche occulte?

Si insinua in noi il desiderio di unicità: conoscere e praticare rituali ci fa sentire speciali. Ispirandoci a nuovi guru digitali, apprendiamo come generare incantesimi di bellezza, leggere il futuro, purificare la casa o attrarre prosperità. Il diavolo, oggi, ha la forma di un “ mago, prestigiatore o illusionista, capace di ingannare con i suoi spettri i cinque sensi esterni dell’uomo”, e noi ne siamo affascinat3. Cadiamo in estasi davanti a balsami naturali, distillati di piante, pietre e cristalli che ci aiutano a manifestare; ci convinciamo della loro efficacia, mentre perdiamo – forse consapevolmente – il controllo della nostra immaginazione.

In questa tensione tra razionale e irrazionale, l’esoterismo assume anche una funzione narrativa: un modo per costruire identità. Attraverso tarocchi, simboli, costellazioni astrali o rituali ereditati (o ricostruiti), cerchiamo di abitare uno spazio intermedio tra il credere troppo e il credere a nulla. L’ atto stesso di scegliere un rituale, una simbologia o un oggetto magico diventa un’ affermazione estetica, una dichiarazione d’intenti, un consumo culturale. Promuoviamo così una cultura del simbolico, spesso travestita da spiritualità, che si sovrappone alle dinamiche del mercato e dell’identità algoritmica. L’algoritmo diventa il nuovo oracolo. Ci mostra contenuti che sembrano fatti apposta per noi, ci sussurra cosa desiderare, ci convince che il video con la lettura dei tarocchi ci stava aspettando. 

L’esoterismo diventa un’estetica, un filtro, un pattern comportamentale che rassicura, perché trasforma l’incertezza in segni da decifrare. Ma in questa danza simbolica, rischiamo di diventare consumator3 passiv3, vittime di una nuova spiritualità prêt-à-porter che banalizza saperi antichi e li trasforma in gadget da acquistare.

Emerge così la questione dell’ appropriazione: ciò che crediamo sia una riscoperta spesso è una semplificazione, o peggio, una mercificazione di pratiche spirituali complesse, provenienti da tradizioni indigene o marginalizzate, decontestualizzate e rese vendibili.  Anche l’oggetto più “naturale” può rivelarsi contraffatto, come il palo santo prodotto oggi con legno giovane e trattato chimicamente per imitare un profumo originale che, ormai, ha perso la sua autenticità. In questo paesaggio ambiguo, l’esoterismo diventa una forma di resistenza al conformismo del tutto visibile, classificabile, misurabile. È una risposta al malessere diffuso, al senso di vuoto di vite che sembrano non avere direzione. Il mistero allora non è solo fuga, ma costruzione di senso: ci distingue dalle narrazioni dominanti, propone vie di accesso alternative a una realtà che ci appare sempre più opaca. 

La mostra Orbi Virtuos esplora questo fenomeno attraverso le opere di artist3 che si confrontano con l’enigma, la simbologia occulta e il desiderio di un sapere nascosto, capace di sfidare le frontiere della conoscenza convenzionale. Le opere diventano strumenti per interrogare il mistero, costruire mitologie personali e collettive, e sopravvivere all’incertezza. Il titolo della mostra si ispira a un concetto premoderno e filosofico, secondo cui ogni corpo — celeste o terreno — possiede una propria sfera d’ azione invisibile: un’ aura, una zona liminale, un campo magnetico entro cui l’azione a distanza diventa possibile. Uno spazio circoscritto ma non materiale, descritto come un’ atmosfera sottile in cui forze impercettibili possono agire, attrarre, connettere.

Questa visione, sospesa tra scienza antica e cosmologia esoterica, evoca forme di comunicazione non lineari, vibrazionali, che sfuggono alle leggi della razionalità e aprono varchi nell’immaginario contemporaneo.

È in questo campo vibrante che si collocano le opere in mostra: visioni che oscillano tra auto-narrazione, estetica magica e critica culturale, esplorando il modo in cui l’ esoterismo contemporaneo può ancora oggi rispondere a un bisogno ancestrale di trascendenza e connessione. Non si tratta di credere o non credere, ma di osservare ciò che queste forme rivelano del nostro presente: delle nostre paure, dei nostri desideri, della nostra fame di senso.

Orbi Virtuos non offre risposte definitive: invita piuttosto a sostare nel mistero, a convivere con l’invisibile e a lasciarsi attraversare dalla potenza simbolica che ci riconnette con l’ oltre. In un’epoca che esige chiarezza, trasparenza e funzionalità, questa mostra propone un ritorno all’ombra: un invito ad abitare il dubbio, ad accogliere l’ambiguità, a contemplare l’invisibile come spazio di possibilità.

 

Critical text by Barbara Koller D’Alessandro.

18.12.25 I Pilastri: Andrea Grotto
Calycanthus, 120 x 148 cm, olio e acrilico su tela, 2025
Andrea Grotto

I Pilastri
18.12.2025 ― 14.01.2026

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who  have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Organised with the support of several members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community.

 

8 Dicembre 2025

Ho scelto di non parlare direttamente del quadro, dare una suggestione… è venuto così.

Calicanthus

Lo sguardo immerso nelle lingue del fuoco, le sagome del cerchio di pietre danzano, ipnotizzando. Il crepitio accompagna le volute di fumo che, salendo, si disperdono nel fogliame agitato dalle sbaffate di calore. L’uomo è seduto a terra, le gambe incrociate; intorno a lui, le scure montagne aguzze delle Alpi Apuane. Lo sguardo assorto, disteso, tra le mani un ultimo pezzo della cena.

Era un classico venerdì sera: l’abitudine ormai decennale di lasciarsi la città alle spalle, di allungare lo sguardo più lontano, sprofondando in quel denso e profondo habitat. Assorto, un tutt’uno col bosco, d’un tratto una serie di strani gridolini lo destò, come un chiacchiericcio, un borbottio rapido.

Al limitare del cerchio di luce, una figura si muoveva circospetta, sfiorando la penombra con un’eleganza innata. Si osservarono per un po’: la sagoma scura dell’animale indugiava in maniera circolare attorno al fuoco, galleggiando nel campo visivo. L’uomo non cambiò atteggiamento, consapevole dell’ospite, felice in cuor suo di quella visita ma, istintivamente, rispettoso dell’animo selvatico e combattuto della creatura.

Il muso dell’animale, per un attimo, guizzando si bagnò di luce, mostrando l’inconfondibile musetto di una giovane volpe. Sembrava stare bene, anche se il corpo appariva magro e spelacchiato. Per un attimo l’uomo ebbe la voglia di allungare la mano, di lanciarle il pezzo di focaccia con il generoso prosciutto che gli era rimasto; ma quell’inizio di gesto, seppure solo interno, spaventò l’animale, che in un attimo scomparve nella fitta boscaglia.

Poteva ancora vedere gli occhi dell’animale, che nel buio riflettevano il fuoco, o così pensava, affascinato, il campeggiatore. Mentre la piccola volpe cominciava di nuovo ad avvicinarsi, egli si ricordò un episodio accaduto anni prima, che lo bloccò dentro. Durante una passeggiata in montagna gli era capitato di trovare un giglio selvatico, un fiore arancione e bianco, stupendo: si distingueva da tutto il resto del sottobosco fatto di foglie secche e verde brillante.

Non ne aveva mai visto uno; era perfetto. Decise di prenderlo, ma uno dei compagni di cammino glielo sconsigliò. Purtroppo, preso da uno slancio romantico, volle portarlo con sé per mostrarlo alla propria compagna. Neanche a metà del tragitto di ritorno, il fiore era irriconoscibile, e alla fine sembrava un triste palloncino sgonfiato. Da quel giorno non colse più un fiore selvatico.

Quei pensieri si sovrapposero alla scena del momento. Dentro di sé si rese conto che allungare del cibo a quella volpe, anche se in quel gesto si racchiudeva un istinto millenario, sarebbe stato come recidere quel fiore: spezzare, anche solo per un istante, un legame selvatico.

Fu un attimo. Prese un paio di piccole rocce, le lanciò contro l’animale, poi si alzò in piedi urlando e salutando la giovane volpe mentre, stupita e impaurita, scompariva nel buio dolce della notte.

 

Critical text by Cristiano Focacci Menchini

 

Image credits: Bianca Francesca Serafin, Gemma Turroni

04.12.25 I Pilastri: Sulltane Tusha
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Sulltane Tusha

I Pilastri
04.12 ― 15.12.2025

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who  have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Organised with the support of several members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

 

 鋭い瞑想

Surudoi meisō

L’aguzza meditazione

I tatuaggi più antichi mai trovati appartengono all’Uomo e alla Donna di Gebelein, due figure misteriose vissute nell’Egitto predinastico circa 5200 anni fa. Un toro con lunghe corna e una pecora crinita per lui, e motivi serpeggianti uniti a linee stravaganti per lei, ci riportano a un mondo in cui alle immagini e ai segni veniva attribuita un’importanza diversa, legata per lo più alla sfera energetica. Molto diversa è la situazione oggi, dove tribali e morfemi cinesi possono coesistere indisturbati nello stesso corpo senza stridere troppo e, soprattutto, manifestando intenzioni diverse rispetto all’ambito rituale. 

Il Pilastro Sulltane Tusha approfitta dell’ambiente di mostra per riportare l’attenzione sul tatuaggio, inteso non solo come una velleità estetica ma come un’antichissima proprietà intellettuale umana. Esponendo i suoi lavori su pelle sintetica (siete invitati alla prossima mostra in cui scuoieremo persone vere), frutto di un anno di lezioni e sperimentazioni, Tusha mostra come il concetto di pittura possa essere considerato elastico, offrendo un modo possibile di intendere la restituzione delle intuizioni avute anche senza l’uso del pennello. 

Attraverso due serie distinte, da un lato i ritratti iperrealistici dall’altro le visioni astratte, l’artista indaga a fondo le possibilità del medium, restituendo due tipi di approccio diversi rispetto all’indagine; se i ritratti basano il loro sforzo sulla ricerca di un dettaglio che li animi (in questo caso i soggetti sono volti di individui molto importanti per Tusha), le opere astratte rivendicano l’estro primordiale della pittrice diventando ambienti di sperimentazione. 

 

Image credits: Bianca Francesca Serafin, Gemma Turroni

20.11.25 I Pilastri: Luka Širok
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Luka Širok

I Pilastri
20.11 ― 01.12.2025

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who  have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Organised with the support of several members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

 

バルコニーから逃げ出した猫

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Il gatto che scappò dal balcone

Se negli anni ’90 si usava discriminare i bambini sulla base di regole subdole ma ancora giustificabili (al primo posto nella piramide degli sfigati c’erano, ad esempio, i mangiatori di pan bauletto), oggi i canoni su cui si basa la selezione sembrano essere cambiati in peggio. Si mimano i bisogni di un certo tipo di adulti e, di conseguenza, si desidera ciò che si pensa abbia importanza per loro. E così si arriva a volere un iPhone già alle elementari, pena l’esclusione dal branco, o a camminare tutti storti fingendo di avere i tacchi.

Questa è una delle riflessioni che ha ispirato la serie Y Phone di Luka Širok, uno fra i Pilastri più solidi presentati fino ad ora qui a Joystick, che si è dovuto confrontare in prima persona su determinati dilemmi morali. È nata così una narrazione simile a uno story board cinematografico, in cui alcuni elementi si rincorrono mentre altri si aggiungono spontaneamente alla tela, calcificandosi in una somma di strati prima di raggiungere la loro forma finale vera e propria.

L’opera Texted me, nata per l’appunto anche a partire da un confronto generazionale, tratta concetti come gestualità, comunicazione, imprevedibilità e luce che emergono nella relazione persona-telefono. A primo impatto ovviamente è impossibile non notare il volto risucchiato dallo schermo della ragazza in primo piano; la sensazione di disagio viene però esacerbata da un contrasto esagerato e da pennellate distinte, a tratti primitive, che uniti alla dolcezza delle linee contribuiscono a creare nello spettatore un piccolo cortocircuito.

La velata sensazione di allarme così ottenuta, condivisa poi con il pubblico riporta l’attenzione su un racconto che si espande inevitabilmente all’infuori della fisicità dell’opera, in direzioni suggerite sottovoce.

 

Image credits: Bianca Francesca Serafin, Gemma Turroni

10.10.25 Cera: Yaël Ohayon
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Yaël Ohayon

Cera
10.10 ― 07.11.2025

Wax is at the heart of “Cera”, a solo exhibition by Belgian-French artist Yaël Ohayon. In her practice, she elevates wax into a language of its own. Through sculptures, tableaux, and luminous works, she explores transformation, memory, and the interplay of natural elements. Her pieces invite a sensory, intimate experience, where texture, color, and light become carriers of emotion and craft.

05.09.25 Pelle d’Istria: Ketty Gobbo
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Ketty Gobbo

Pelle d’Istria
05.09 ― 02.10.2025

“Pelle d’Istria” is a site-specific exhibition born from a project by sculptor Ketty Gobbo. During a one-month residency, the artist explored the city, selecting Venetian surfaces from walls, doors, pavements, and churches to create casts and transfer every three- dimensional detail onto fabric. Fragments of Venice, collected from outdoor spaces, are reshaped and brought indoors into a new, intimate, and immersive environment.

This work presents the transformation of a solid, impenetrable material into something soft and elastic. Through a constant dialogue between exterior and interior spaces and a balanced growth between artwork and architecture, the location acquires a new, profound, and organic character. Exploring matter not only as a surface but as a dynamic, layered space, each fragment tells the story of the tension between what dissolves and what emerges. This fossil, once a living being, is now an inorganic object that has undergone a metamorphosis, merging with the underlying surface and revealing a movement beneath the skin. The piece exists halfway between a once-living creature and a corroded architectural element, creating an ambiguous identity that reflects on the nature of time and memory.

03.07.25 Ottavo Clima: Riccardo Albiero,Nikko Mundacruz,Dionysis Saraji
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Riccardo Albiero,Nikko Mundacruz,Dionysis Saraji

Ottavo Clima
03.07 ― 31.07.2025

A suspended dialogue between dream, myth, and memory. The works on display lead viewers into a world that is neither real nor purely imaginary — an intermediate space, a threshold where rules loosen and images turn into stories. The title evokes an ancient symbolic geography: beyond the seven climes that once divided the known world lies the “eighth climate” — a place outside space and time, where visions, archetypes, and memories converge.

Here, amid enigmatic figures and familiar symbols, unfolds a mental landscape inhabited by elusive presences — beings that dwell in the cracks of reality and reveal themselves only to those who know how to look beyond appearances.

12.06.25 I Pilastri: Edison Pashkaj
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Edison Pashkaj

I Pilastri
12.06 ― 22.06.2025

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who  have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Organised with the support of several members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

Image credits: Clelia Cadamuro

11.04.25 Il profumo del tempo: Lorena Bucur,Matteo Rattini,Guendalina Urbani,Calori&Maillard
Guendalina Urbani, In punta di piedi (2023) - ABS smaltato, dimensioni ambientali
Lorena Bucur,Matteo Rattini,Guendalina Urbani,Calori&Maillard

Il profumo del tempo
11.04 ― 31.05.2025

“Il profumo del tempo” is the first exhibition conceived as a curatorial project by Cecilia Larese and Bianca Pedron, and it presents the works of three artists and one duo: Lorena Bucur (Cremona, 1996), Matteo Rattini (Padua, 2001), Guendalina Urbani (Rome, 1992), and Calori&Maillard (the artistic duo formed in 2009 by Letizia Calori and Violette Maillard).

Through the works on view, the curators analyse the concept of time in today’s society, driven by the sole ontological project of being constantly productive. Yet, time begins to “scent” when it acquires duration, when it receives a narrative tension, when it gains depth. However, the curators suggest that artistic manifestations should be read not as the result of a linear narrative evolution, but rather as deriving from a combination and accumulation of fragmented events.

The glazed ABS sculptures by Guendalina Urbani – imaginary and ambiguous objects – enter into dialogue with the screens and captions of Matteo Rattini, who works at the intersection of the real and the virtual, where images become reality and the concrete dematerializes. The socially and politically engaged practice of Lorena Bucur intertwines with the collaborative approach of Calori&Maillard.

The exhibition “aims to be an invitation to embrace slowness, to pause before the artists’ works and engage with them with deep and total attention, for only such focus prevents the eyes from wandering. Perhaps it is necessary to reclaim suspended time in order to enjoy art in all its forms and once again perceive that scent”.

01.03.25 MONSTRUM: Giuseppe Diliberto,Ornella Cardillo,Simone Carraro,Sebastiano Zafonte,Moe Yoshida,Enej Gala,Thomas Braida
21.02.25 I Pilastri: Maddalena Tesser
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Maddalena Tesser

I Pilastri
21.02 ― 26.02.2025

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who  have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

 

休息のマドンナ

Kyūsoku no madon’na

È un Venere distratta quella che nasce dalle montagne innevate. Tutti i fiumi hanno contribuito a trasportarla a valle, dove ora riposa guardando un cielo forse terso, forse stellato. I comandi di Giove o dell’Altissimo dovranno aspettare: giacciono dimenticati assieme al mazzolino di gigli posto a lato del suo corpo nudo, notizie e annunciazioni di poco conto rispetto a un meritatissimo minuto di pace. È questo l’unico modo che rimane, persino alle divinità maggiori, di far fronte al proprio ruolo: rubare tempo al tempo, ripescare il proprio vero nome tra una marea di titoli e appellativi. Perché anche Venere avrà pianto a dismisura e la Vergine riso a crepapelle, momenti dimenticati dalle cronache di qualche umano sbadato. 

Il ritratto e autoritratto di Maddalena Tesser, intitolato “Il sogno della laguna”, 2025, svela queste intimità segrete, rappresentando uno dei rari momenti in cui il sé esiste all’infuori dei ruoli che è chiamato a svolgere. Giovane, vecchia, figlia, pittrice; queste e infinite altre denominazioni, interrogando lo spazio vuoto che si forma tra l’anima e la pelle, cessano di avere importanza. E se restare da soli con se stessi alle volte può fare paura, ci  sono circostanze in cui questo rapporto risulta l’unica benedizione possibile. 

La pittura, in questo caso, fa quello che sa fare meglio: restituire sotto forma di immagine una narrazione che potrebbe avere senso soltanto in poesia. La sensazione di guardare un afflato è amplificata infatti da un uso non realistico degli elementi figurativi, organizzati non più come singoli oggetti ma come una pluralità di simboli. I fiumi, le cuffie, i gigli e la nudità non sono altro che chiavi dello stesso scrigno, disseminate su tela per concedere allo spettatore di partecipare anch’egli alla fuga armoniosa. 

 

Image credits: Anastasiya Parvanova

13.02.25 I Pilastri: Riccardo Giacomini
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Riccardo Giacomini

I Pilastri
13.02 ― 19.02.2025

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who  have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

 

百日の雨

Hyaku-nichi no ame

La sazietà semantica è un fenomeno molto semplice e abbastanza diffuso. A discapito di una nomenclatura allarmante, si tratta forse di una delle reazioni cognitive più basilari del nostro cervello. Vi è mai capitato di leggere, scrivere o ripetere una parola fino a che questa non ha completamente perso il suo significato? Ecco. Ecco. Ecco. Ecco. Ecco. Ecco. Ecco… Del concetto originale non resta che un’impalcatura, sia essa costituita da segni grafici (come in questo caso), o dal suono delle lettere di cui si compone.  

Ora, una piccola digressione: siete un pittore a caccia di lumache. La pioggia è ancora intrappolata tra i fili d’erba mentre la vostra mano tende al bersaglio. Questa volta la preda è una Rumina decollata, ovvero una chiocciola onnivora dalla conchiglia longilinea; non sa, mentre banchetta, di essere stata scelta come vostra modella. 

Osservandola in seguito scorrazzare allegra sul tavolo del vostro studio, potreste restare affascinati dal dualismo intrinseco di una creatura apparentemente così banale: un guscio solido e automaticamente perfetto, che spesso corrisponde ai più alti valori della bellezza matematica, contrapposto a un corpo (o meglio, piede), morbido e informe. 

Dipingendola una, due, tre, cento volte, l’ode alla lumaca e alle sue trasparenze si trasformerà in una celebrazione dei suoi punti luce, diventando progressivamente un’ode al rapporto visivo che si instaura tra soggetto osservante e oggetto percepito. Nella ripetizione, infatti, il concetto stesso di lumaca rischierà di perdere di significato; in questo caso però, il risultato della cosiddetta sazietà semantica non saranno lettere o suoni ma elementi pittorici sparpagliati sulla tela. 

Questo è solo uno dei modi possibili per avvicinarsi alla serie di Riccardo Giacomini, custode di animali fantastici e santo protettore della pittura dal vero. 

 

Image credits: Bianca Francesca Serafin

06.02.25 I Pilastri: Aleksander Velišček
Processed with VSCO with al5 preset
Aleksander Velišček

I Pilastri
06.02 ― 11.02.2025

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who  have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

 

ちょっとした謎

Chottoshita nazo

Davanti all’opera “To ni to, kar  vidim! (Stigmate di San Francesco di Jan van Eyck)”, 2024, di Aleksander Velišček, è impossibile non accigliarsi. Prima ancora della ragione è l’istinto a metterci in guardia: i buchi non sono buchi, la tela è soltanto una copia. 

L’inganno sta nel nostro modo di pensare al quadro come un riferimento a qualcosa di per lo più preciso (per quanto magari volatile); una rappresentazione che, come suggerisce l’etimologia della parola stessa, inevitabilmente fa riferimento a un aspetto del reale entro cui viene concepita. È come se, guardando un’opera d’arte moderna o contemporanea, il nostro sguardo venisse sempre deflesso verso qualcosa d’altro: un sentimento, un’idea politica, una fantasia, un difetto, un particolare, una determinata narrazione. 

In questo caso il dipinto (che è una copia di una copia di una copia di altre copie), rompe subdolamente la quarta parete e ci fissa di rimando, dichiarando di essere esattamente ciò che è. Questa silenziosa presa di posizione, paradossalmente, manda in cortocircuito la nostra abitudine in quanto osservatori. Alla nostra attenzione, infatti, non viene più concesso di trovare un punto fermo al di fuori dell’opera, anzi; il nostro focus resta intrappolato lì, sull’idea stessa di cosa sia un dipinto e cosa no, che cosa abbia valore e cosa no, cosa sia vero e cosa sia falso. Una vero e proprio loop, che si traduce in termini concettuali in una sfida alla percezione realizzata con precisione chirurgica. 

È indicativo che il livello zero del lavoro faccia riferimento al pittore fiammingo Jan van Eyck, celebre per il sublime utilizzo della pittura ad olio ma, soprattutto, per essere stato uno dei primi artisti ad abbandonare il canone imposto dalla pittura tardo gotica in favore di un utilizzo della prospettiva più realistico. Sarebbe interessante assistere alla sua reazione davanti alle intrusioni di Velišček, vederlo reagire ad un altro tipo di gioco. 

 

Image credits: Bianca Francesca Serafin

23.01.25 I Pilastri: Nebojša Despotović
Processed with VSCO with al2 preset
Nebojša Despotović

I Pilastri
23.01 ― 04.02.2025

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

 

マントラ

Mantora

Ci sono giorni buoni e cattivi per tutti. È spesso nei secondi che, come fu per Gauguin, ci vengono in mente le domande peggiori: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, ma, soprattutto, “Chi cazzo ce lo fa fare?”. 

Alla nostra generazione, purtroppo, non sono concesse risposte semplici. Il mondo non è mai stato così diverso dalle sue versioni precedenti e gli insegnamenti che ci sono stati tramandati sono utili soltanto a metà. Per millenni la società non ha dato modo ai propri figli di scegliere; dappertutto sono nate mogli, nutrici, braccianti, schiavi, principesse, padroni e soldati. E se oggi queste usanze ci sembrano ridicole, dobbiamo comunque fare i conti con il vuoto generato dalla loro mancanza. 

L’opera “Water carries everything (Bogdan e Daria)”, 2023, di Nebojša Despotović, è ispirata da una riflessione sui dettagli della vita contadina dell’est Europa. L’origine del ragionamento si trova in un oggetto inusuale: il paraschizzi, usato in cucina per proteggere la parete sopra al fornello. Molto lontano dal minimalismo moderno, quest’ultimo era fatto di tessuto, e, tra i suoi ricami, includeva frasi motivazionali e immagini riguardanti un lessico familiare che ora suona quasi proibito. 

A questo antico ricettacolo di valori e sporcizia l’artista contrappone il suo, dipinto su una tela sottile (fragile agli occhi come una pelle umana), in cui gli schizzi non sono altro che la rappresentazione stessa della temporalità massima in cui i soggetti, solidi e statici, sono stati da lui immersi. Le presenze e gli scorci animano una quinta teatrale caotica rispetto alla solidità delle due figure protagoniste, immortalate non in un bacio o in un abbraccio romantico ma in una posizione che suggerisce con naturalezza il loro personalissimo modo di approcciarsi alle sfide della vita. 

Un lavoro, quello di Nebojša, che trova tutte le risposte perfette alle domande di cui sopra, soprattutto all’ultima: un serio, motivato e un po’ compianto “noi”. 

 

Image credits: Bianca Francesca Serafin

16.01.25 I Pilastri: Nina Ćeranić
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Nina Ćeranić

I Pilastri
16.01 ― 21.01.2025

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

 

親指

Oyayubi

La tentazione di produrre opere colossali costituisce per l’essere umano un impulso irresistibile. Siamo circondati da testimonianze tangibili di questa sfida, appartenenti a ogni epoca e luogo. Uno dei sentieri che è possibile percorrere per ragionare sull’opera “Se fossi un dito sarei così”, 2024, di Nina Ćeranić, parte dalle ombre dipinte sul mare dal Colosso di Rodi (30 metri, III sec. a.C., Grecia), e finisce tra gli alluci della Statua dell’Unità di Rajpipla (182 metri, 2018, India), sfiorando imprese titaniche come il David fiorentino e l’imponente Statua della Libertà. Questa traccia, costellata di solide pietre e metalli antropomorfi, racconta il rapporto che gli uomini e le donne di ogni tempo hanno con i propri monumenti e, in particolare, con le loro dimensioni. 

Nella maggior parte di questi casi, l’essere umano viene rappresentato proprio in quanto vincitore della propria lotta; sia essa contro il tempo, un ideale, una fazione o un altro uomo, è sempre e comunque la carne a spuntarla. Ma come può essere rappresentato un uomo virtuoso rispetto a uno normale, magari anche un po’ cattivo, se quest’ultimo a grandi linee ne condivide le fattezze? Ingigantendolo! 

Seguendo questa logica, sensata soltanto qualora questa scrittrice fosse riuscita a corrompervi, il gran pollice che state guardando è sicuramente migliore dei vostri. Esso rispecchia tutti i canoni necessari per essere annoverato tra i monumenti al valore: le dimensioni considerevoli (utili, come già visto, ad amplificare la nobiltà del soggetto), un certo grado di generalità (necessario ai fini dell’auto-identificazione), e una narrazione prettamente simbolica. Quest’ultima ha inizio e fine nel frammento di smalto corroso, simbolo indubbio di fatica e resilienza. 

 

Image credits: Bianca Francesca Serafin, Anastasiya Parvanova

09.01.25 I Pilastri: Barbara Prenka
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Barbara Prenka

I Pilastri
09.01 ― 14.01.2025

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

 

レディ フランケンシュタイン

(Redi furankenshutain)

Mani, occhi, testa, torso; tutto diverso per il povero Frankenstein, la celebre creatura abbozzata con molto amore e poca grazia prima da Mary Shelley e poi dal suo dottore.

Nel romanzo originale e nei suoi adattamenti il mostro desidera una sola cosa: un proprio simile da amare. E forse una soluzione meno sanguinosa l’avrebbe potuta trovare se si fosse trovato in compagnia di “Riconosci l’angolo accanto alla finestra?”, 2024, dell’artista Barbara Prenka.

L’opera in questione infatti, come lui, vive grazie alle proprie cuciture. Le sue parti, sebbene impeccabilmente organizzate, riflettono la stessa discontinuità della creatura, l’inabilità dei suoi organi di funzionare indipendentemente.

Se smembrata, la coperta proposta da Prenka perderebbe sia la propria funzione che i possibili rimandi appartenenti ad uno specifico immaginario (basato inevitabilmente sull’idea di comfort e protezione). La sua funzionalità quindi, ricostruita tramite l’unione delle singole parti, perde di senso non in virtù della forma riraggiunta dall’artista ma a causa del posizionamento del lavoro stesso, verticale e inaccessibile. È tramite questo gioco di percezioni rispetto a una morbidezza negata che la coperta, come il mostro, viene trasformata da oggetto inanimato a cosa viva, opera d’arte.

Le parole di questo nuovo essere corrispondono alle linee affilate che lo attraversano, generando il proprio contenuto tramite lo stesse modalità di partizione di un bassorilievo. È tuttavia dalla contrapposizione delle sfumature che nasce il vero dialogo, interno all’opera ed esterno, riferito alle risposte fisiche che il colore, così accostato, può suscitare.

Che bel secondo tentativo poteva essere, per il dottore! Un equilibrio che magari, agli occhi del mostro, sarebbe persino potuto risultare sensuale.

 

Image credits: Bianca Francesca Serafin, Anastasiya Parvanova

19.12.24 I Pilastri: Emiliano Troco
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Emiliano Troco

I Pilastri
19.12.2024 ― 19.12.2024

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

 

不可能なこと

(Fukanōna koto)

Quando entriamo a contatto con reperti, ricostruzioni e rappresentazioni della Terra prima dell’uomo, un brivido ci corre lungo la schiena. Ci specchiamo e non riusciamo a vederci; lo specchio stesso sembra ridere della nostra presunzione. L’inquietudine lascia spazio al sollievo quando il riflesso assume forme a noi più vicine, siano esse quattro zampe e un paio di occhi, o insetti e piante alieni soltanto in virtù delle loro dimensioni. E forse il termine tempo profondo, utilizzato per definire il periodo anteriore alla preistoria, al di là della sua valenza scientifica costituisce proprio nel suo richiamo poetico l’ultima fase della nostra esperienza: la meraviglia. 

Fossili e numeri, da soli, sarebbero certamente bastati ad affascinare il pubblico moderno. Tuttavia, nel caso della paleontologia, l’arte si è rivelata fin dal principio uno strumento fondamentale per l’analisi, la comprensione e la trasmissione delle scoperte fatte. 

Il disegno e la pittura, così ragionate, si declinano secondo la concezione leonardesca dell’artista come studioso delle forme e delle abitudini proprie dei soggetti. 

E se l’opera “Edaphosaurus cruciger and Meganeuropsis” ritrae un istante preciso della storia dell’evoluzione, anche il dipinto stesso ha dovuto attraversare diversi stadi evolutivi. Seguendo rigorose norme compositive (ed operando nel rispetto di ferrei vincoli scientifici), l’artista ha trasformato una tinta unita in paesaggio, abitato a sua volta da personaggi che avremmo potuto veramente ritrovare lì, presso lo stagno, circa 280 milioni di anni fa.  L’attenzione del pittore sta nell’utilizzo di colori complementari per evidenziare la cresta dell’Edaphosaurus cruciger, una caratteristica evolutiva probabilmente legata a dinamiche di selezione sessuale, e si nota anche nella posizione scelta per immortalare le Meganeuropsis che, stanche dopo un lungo volo, stanno scaricando il calore aggrappate a quello che, a loro avviso, somiglia soltanto ad un altro grande sasso.  

 

Image credits: Emiliano Troco

12.12.24 I Pilastri: Thomas Braida
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Thomas Braida

I Pilastri
12.12.2024 ― 12.12.2024

“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.

Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.

 

Dan ,  Zhū ,Chi

“Aaalt!”, grida la tigre di Shangri-la; l’esercito di terracotta è arrivato. 

Il viaggio è stato duro ma, una volta chiarito il dubbio rispetto al bivio tra Scatolone 1 e 4, l’armata ha proseguito senza intoppi. Con sé reca un messaggio: arrestarsi o soccombere. Non nel sangue, sia ben chiaro, piuttosto alla noia dell’ennesima battaglia. 

Playmobill”, 2024, è una tela di medio formato che affascina per il suo sarcasmo. Giocata su dissidi sia prospettici che concettuali, richiama a sé i primi sguardi innanzitutto per i suoi rossi accesi. Già analizzando queste particolari gradazioni emerge un primo, sottile, contrasto: se ad ovest la concezione del colore rosso è dominata dalla mortalità di Adamo (dall’ebraico âdham, adhama e dam, ovvero rosso, terra e sangue), ad est le sfumature di cinabro e vermiglio riflettono l’ottimismo degli antichi imperi. 

Due concezioni antitetiche che, nonostante le divergenze, si sono evolute nei millenni mantenendo una e una sola sincronia: rosso è uguale a potere. 

Su quest’ultima corrispondenza gioca la sensibilità del pittore che, sfruttando a pieno le potenzialità allusive del colore ed enfatizzando le dimensioni dei soggetti coinvolti, ribalta ed esaspera la tragedia da lui narrata. 

I toni e i volumi ancora non esauriscono del tutto la tensione che coinvolge le due parti. A confondere e soggiogare definitivamente lo spettatore vi è un’ultima sfida, quella fra la staticità dei titani e l’avanzata inesorabile degli stremati pigmei. 

08.11.24 SMACK!: Besnik Lushtaku,Beatrice Pistolesi,Kishor Fiorin,Petra Stipanovic,Brenno Damian,Juliana Destefanis,Tommaso Viccaro
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After the four two-person exhibitions held from April to October 2024, Joystick’s first project concludes with SMACK!, a group show of young artists currently studying at the Academy of Fine Arts in Venice.

The exhibition offers a glimpse into the vibrant atmosphere of experimentation and research carried out by some of the most interesting painting students active in the lagoon.The participating artists are just a few among the many enrolled in Atelier F, led by Professor Carlo Di Raco – a research laboratory that, for over twenty years, has been nurturing talents and has become a well-established presence in the contemporary art scene.

15.09.24 FM Anthology: Fondazione Malutta Anthology
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Fondazione Malutta Anthology

FM Anthology
15.09 ― 15.10.2024

Malutta looks from the inside out, across the past, present, and future in its 11 years of working together, renewing its commitment to the nourishing community. This exhibition represents an anthology of their shared path: a collection of significant moments, memories and projects that have marked the collective’s journey.

 

1. 12 NOVEMBRE ORE 7.30 DEL MATTINO CAMPO S. ANGELO N.3538, VENEZIA – AGENZIA DELLE ENTRATE
Sulla scalinata appena davanti al portone in noce nazionale, si profilano sei ombre, moderatamente lunghe vista l’ora. Se i primi passi erano decisi, veloci e forse marziali, man mano che le ombre salgono si fanno prima cauti e riflessivi, poi timidi e incerti, per mutare nell’ immobilità più assoluta una volta giunti in cima. Indice più che di terrore, di spaesamento, di cappella, di fare la cazzata.

M. Dai, entriamo!

P. Dove stai andando? Non vedi che c’è da prendere il numero?

T. Ah cazzo c’è da fare la fila.

M. Meglio, così possiamo ragionarla ancora un po’…

N. Io voglio solo sapere quando e dove è nata sta idea, che non mi ricordo mica…

G. Neanch’io.

S. Neanch’io.

N. Mah, forse a Casa delle Ragazze..

P. Penso che lo stimolo è nato da quando abbiamo fatto quella mostra sulle armi; avevamo capito che non c’era bisogno di dipendere da qualcun’altro, anzi che partiva tutto da noi.

B. No è tutta colpa della Vettese, io mi ricordo. Ha detto: ma dove pensate di andare voi pittori? Dovete fare gruppo!

S. No, no, non era così…

V. Chisseneffrega com’era, ragioniamo invece su come deve essere! Dai che chiamano il 28!

T. No, signora, lei era dopo di noi, torni indietro.

P. Dai non perdere tempo con la vecia, qua c’è da capire cosa stiamo per fare. Io ci credo nel gruppo. Voglio dire: siamo gente seria dai, e sappiamo il fatto nostro. Quindi non ci sto a fare una cosa a cazzo di cane.

B. Ma no, dai, guarda che veniamo tutti da atelier F, la serietà è di base!

M. Io però penso che la Fondazione debba essere aperta anche a qualcuno esterno. Che ci piace. Uno come noi.

T. Guarda che non è una Fondazione coglione, noi faremo una Associazione!

B. Si ma noi apriamo l’associazione e la chiamiamo Fondazione!

T. Noi la chiamiamo Associazione Fondazione Maluta

P. Ci sta. Ma Maluta con una o con due T?

MALUTA No, No, oh fioi! Aspetta! Aspetta!

P. Cos’è ti caghi sotto?

MALUTA Beh, fioi, insomma qua ci metto la faccia io…e poi…perché io?

B. Perché suona bene. Non senti?

M. Dai, facciamo Malutta con due T, così stai sciallo.

MALUTA Eh fio…si capisce benissimo che sono sempre io.

G. Si però é con due T.

V. Vabbè dai, è solo un nome. Qua invece c’è da decidere come sarà il gruppo. L’attitudine. La filosofia, il metodo, le capacità e il concetto di progetto, la responsabilità ontologica*…

B. …la pittura! ma secondo me basta che siamo noi stessi, sinceramente istintivi.

P. Si é vero, la genuinità sarà l’essenza di Fondazione Malutta!

G. 56! Dai che tocca a noi.

 

2. 12 NOVEMBRE ORE 12.45 CAMPO S. ANGELO N.3538, VENEZIA – AGENZIA DELLE ENTRATE

Fuoriescono dal portone le sei ombre, molto più corte di come sono entrate.

Anche il passo é cambiato. Né deciso,né spavaldo e nemmeno timoroso. É ora decisamente appagato, sazio.

Solo una delle ombre, la più piccola, ha di tanto in tanto un lieve pencolamento nell’incedere.

Ma aggregata alle altre, forma un unico e compatto manipolo di trionfale soddisfazione.

Le tortore tubano tra gli alberi e il vento porta i rintocchi delle campane di San Marco.

 

*La responsabilità ontologica – L’essere tra Heidegger e Lévinas

Nella prima opera originale di Lévinas “Dell’evasione”, l’autore dichiara che l’antico problema dell’ontologia deve essere riformulato in modo nuovo. Lévinas denuncia come insoddisfacente l’idea di essere che domina la tradizione filosofica, compreso il lavoro svolto da Heidegger in essere e tempo. Pur concordando con Heidegger nel respingere il primato degli aspetti teorici a favore dell’essere nel mondo, Lévinas rileva come l’ente non viene osservato in sé, ma subordinato all’astrazione dell’Essere. Potremmo dire che l’incontro non è con gli altri esseri, ma con l’Essere. Questo essere-nel-mondo sprofonda nel solipsismo, nell’incomunicabilità, un circolo chiuso che rimanda soltanto all’Essere e non all’altro uomo.

Per Lévinas l’essere è già un invito a uscire dall’essere. L’identità stessa del sé contiene il bisogno di evadere da sé. La claustrofobia ontologica non è negazione né privazione, bensì pienezza: la potenza dell’essere lo spinge a desiderare di uscire da sé. La necessità di evasione è l’esistenza stessa.

Quello dell’alterità è un aspetto molto importante per capire meglio l’esistenza stessa dell’uomo. Fondata su quella di un Volto che si presenta, l’alterità offre la possibilità alla coscienza personale di esistere e di riconoscersi attraverso l’accoglienza: «Solo questo movimento di accoglienza costitutivo della passività originaria che contraddistingue l’uomo lo rende veramente un essere personale».

La relazione con l’Altro si colloca sempre in uno spazio e un tempo definiti e caratterizzati. Secondo Lévinas, lo spazio umano è segnato dalla asimmetria, come le relazioni uomo-donna e padre-figlio, e ogni relazione include una differenza o sproporzione che costituisce la possibilità della responsabilità e del dono: «Tutto ciò, infatti, appartiene al tenore di senso dell’identità stessa, che non produce il senso, ma lo accoglie poiché gli viene incontro da oltre»

In “Essere e tempo” Heidegger fa riferimento alla coscienza ontologica, all’autenticità come opposta alla generalità neutra. Questa è la responsabilità dell’ente nei confronti dell’Essere. Lévinas’corregge’ questa impostazione astratta sostituendole la concretezza esistenziale della responsabilità imposta all’essere dall’altro. L’altro diventa parte integrante dell’essere essenziale dell’io e questo incontro metafisico ha un significato etico.

Il volto apre la relazione con Altri, relazione che non deve secondo Lévinas basarsi più sulla coscienza-dominio e di certo non si riduce a un concetto o categoria della mente, ma sul rispetto etico. La persona che mi è di fronte rifiuta di essere forzata in un concetto, non ammette che io lo riduca una categoria.

Etica quindi in Lévinas è filosofia prima, perché non ha bisogno della comprensione dell’Essere, non richiede l’ontologia né la metafisica, o meglio, è essa stessa metafisica. Si consuma così lo strappo inconciliabile con Heidegger.

Troco-Velišček

 

25.07.24 Astromimesi: Clelia Cadamuro,Cristina Porro
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Clelia Cadamuro,Cristina Porro

Astromimesi
25.07 ― 14.08.2024

A bi-personal exhibition by Clelia Cadamuro and Cristina Porro, “Astromimesi” is the fourth in the cycle of exhibitions held during the first months of the 60th International Art Exhibition.

Starting from the concept of astromimicry – understood as the imitation of astronomical phenomena or celestial models – the exhibition exlores the artistic practice of Cadamuro and Porro in dialogue, through the way their works imitate the forms, movements and patterns present in the cosmos. On display are individual works which, though different in technique, are formally connected by the repetition of simple shapes that recall both the micro and the macro structures of the universe. Both works represent forms suspended between the figurative and the abstract, in which colour predominates as a primary medium of communication.

Like a constellation, the works are placed freely in space, without rigid boundaries. Similar in their specificity, they belong to a shared poetics: capturing the infinite within a frame.

 

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Se tu fossi un toro non vedresti il rosso.

Se tu fossi un cane o un gatto, vedresti tutto grigio, giallo e blu.

Se tu fossi un ape non smetteresti mai di sbatacchiare, andando di fiore in fiore alla ricerca di disegni ultravioletti.

Se fossi un piccione o una farfalla, anche solo per un giorno, i prati e le città splenderebbero di colori nuovi, sfumature che non ti è neanche dato immaginare.

Ma se tu per caso fossi un gambero mantide: oh, che goduria! Al posto di due fotorecettori ne avresti ventuno. Forse il tuo cervello, troppo piccolo, non riuscirebbe nemmeno a processare tutti gli input.

Potresti però accontentarti di avere un pugno formidabile (una forza in newton pari ad un proiettile Calibro 22), o di vivere sereno nella tua conca sul mare, temuto e ammirato da tutti.

E invece sei stato un’anemone, una medusa, un pesce, una ranocchia, un topolino, una tigre, e ora un uomo. Anche queste son fortune.

Miliardi di anni di evoluzione perché tu possa vedere, oggi, la mostra di Spazio Joystick (escludendo, per lo meno fisicamente, la possibilità di non capirci un acca); messaggi trasmessi da un occhio all’altro, senza la necessità di parlare o esprimersi a gesti, riportati in questo caso dalle fotografie di Clelia Cadamuro e i dipinti di Cristina Porro.

Trattandosi in ambo i casi di abili manifatturiere di soggetti a colori, questa piccola analisi vuole rendere onore alle loro similitudini. Ad esempio, per quanto possa sembrare meno immediato rispetto ai lavori di Cadamuro, anche le ispirazioni di Porro provengono da un mondo contingente. Carte di caramelle, studi sul punto croce, minuscoli collage di texture dalla forma insolita; prima di esplodere, le indagini di Porro sono molto puntuali.

Nel passaggio dalla carta alla tela subentra poi l’artista come eterno bambino, l’esploratore perennemente devoto alla ricerca di nuove tecniche e materiali su cui sperimentare. Gli oggetti finiscono per essere vittime dell’astrazione, dimentichi di ogni proprietà che non sia l’impressione elargita, e ciò che resta da guardare è la personalissima visione di Porro che, seguendo la lezione di Archimede, trasforma la realtà in una brillante serie di fosfeni.

Anche Cadamuro ha davanti a se oggetti fisici. Guarda, pensa, scatta, riguarda e ricomincia a pensare. Nel suo caso il materiale raccolto è moltissimo: più alto è il numero di scatti, più aumenta la consapevolezza rispetto a ciò che la affascina. È solo grazie al tempo e al lavoro, infatti, che è possibile capire cosa sia davvero importante per sé. A questo punto subentrano diverse scremature; una volta selezionate, le opere vengono delicatamente post prodotte, allineando la fatica della fotografia moderna con quella analogica più antica.

Per Cadamauro è difficile slegare i propri lavori dai progetti di cui fanno parte. L’opera è l’opera singola, il binomio con una seconda opera, oppure l’insieme di tutti i lavori partecipi della stessa narrazione. In questo senso ogni fotografia può essere pensata come il tassello di un mosaico, composto di pietre preziose provenienti da tutto il mondo, finite e precise nella forma assegnata ma anche pronte a comporre una storia inedita.

Se, quindi, la poetica di Porro è immediatamente riconducibile ad una proporzione infinita tra micro e macro rappresentazioni, così la lettura delle foto di Cadamuro può essere effettuata in scala, come per una matrioska, scoprendo significati nuovi a seconda della distanza dalla quale le si guarda.

Disclaimer: le stampe qui esposte appartengono a progetti diversi e sono da considerare come finite, al di là delle preferenze e il metodo dell’artista.

 

Critical text by Beatrice Timillero.

24.06.24 Deus e Macine: Luisa Badino,Maria Giovanna Zanella
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Luisa Badino,Maria Giovanna Zanella

Deus e Macine
24.06 ― 19.07.2024

A bi-personal exhibition by Luisa Badino and Maria Giovanna Zanella, “Deus e Macine” is the third in a cycle of four exhibitions held during the first months of the 60th International Art Exhibition. The project, conceived by Mattia Sinigaglia, sees painting as the main protagonist and involves artists who studied at the Venice Academy of Fine Arts.

In “Deus e Macine”, the locution ‘Deus Ex Machina’ is ironically altered in a play on words that brings an element that has always been confined to the aulic sphere onto a reality, thus turning the object (‘macine’, biscuits no one can resist) into a symbol of a contemporary sentiment: the irrepressible desire, the insatiable impulse before the object of desire. The protagonist, together with Maria Giovanna Zanella and Luisa Badino, is therefore the voracity with which both artists approach their modus operandi, allowing the material used to bring out unexpected traits. Like their works, so too the exhibition is unexpected, presenting also site-specific works.

 

PETTO O COSCIA

«Alouette, gentille alouette,

Alouette, je te plumerai.

Je te plumerai la tête.

Je te plumerai la tête.

Et la tête!

Et la tête!

Alouette!

Alouette!»

Alouette, filastrocca popolare franco-canadese

A Malta decine di donne grasse dormono indisturbate da migliaia di anni. Alcune sdraiate, alcune sedute, si annoiano tra le luci soffuse del Museo Archeologico, i grandi seni di pietra accasciati su pance sublimi.

I loro bei volti, offesi da vento e pioggia, di rado conservano gli occhi ed è forse per il meglio. Se vedessero infatti cosa succede in Calle Longa 2125/B, il tripudio di gesta di una lontana progenie, il sonno verrebbe istantaneamente rimpiazzato da un’euforica veglia.

Matasse di corpi dai sudori colorati, gentiluomini e gentildonne titanici che sembrano indecisi se fare la guerra o la pace; queste le figure della pittrice Maria Giovanna Zanella, impegnata a paragonare l’intimità corpulenta dei suoi soggetti al brulicare – a tratti disgustoso o imbarazzante – degli insetti al levare della pietra.

In dialogo, in questa terza mostra di spazio Joystick intitolata “Deus e Macine”, l’artista Luisa Badino, illusionista e custode della sintesi. I suoi lavori sembrano fiorire nel contrasto: luce e ombra, pieno e vuoto, bidimensionalità e rilievo. Ogni opposto converge nel tentativo di definire un equilibrio formale e narrativo che sembra essere costantemente appeso a un filo; una fragilità elegante (in questo caso l’aggettivo fa riferimento alla sua etimologia), il cui scopo è evidenziare il valore di un giusto mezzo pitagorico ed emotivo.

Come la percezione dei colori cambia in base agli accostamenti, così le due artiste si riflettono inevitabilmente l’una nell’opera dell’altra: se l’armonia sospesa delle tele e sculture di Badino spinge l’occhio ad apprezzare il romanticismo celato nella visione di Zanella, viceversa la poetica della vulnerabilità dei dipinti di Zanella aiuta lo stesso occhio a inquadrare una vulnerabilità meno esplicita nei prodotti di Badino.

Due modi diversi di raccontare una stessa storia a partire da un punto di contatto concreto: la voracità. Se infatti questo tratto è distintivo in opere come “Che cosa hai messo nel bidet”, serie di nove carte in cui l’analisi dell’appetito fisiologico prospera in un’insaziabile fame sessuale, caratterizza anche la scultura “Specchietto per le allodole”, fatta di pasta di sale, ferro, cavi e, ovviamente, specchi. In questo caso il bersaglio di questi ultimi è il pubblico, facile preda delle proprie distrazioni. E seppure il parallelo sia con gli abitanti del cielo, come scriveva Emily Dickinson: “L’Allodola non si vergogna / di costruire sul terreno / la sua modesta casa”. Ed ecco che la dimora della vita e delle sue pulsioni non è mai nell’empireo, per quanto si cerchi di volare sempre più in alto, ma presso lombrichi, felci e camere da letto.

All’alouette, quindi, bastano pochi secondi per finire arrosto; è con questa consapevolezza che si dimostra saggio scegliere con cura il proprio Narciso.

In opposizione alla materialità del contesto della mostra sembra posizionarsi “L’antro della regina”, dimora di silhouettes su mensole traballanti e volatili. Tuttavia, guardando all’origine dei questa pratica scopriamo che tutto cola dalla stessa sorgente, ovvero quell’amore dantesco “che move il sole e le altre stelle”. È Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), ad offrirci in questo caso i suoi servigi, inserendo nel quindicesimo capitolo del libro XXXV della Storia Naturale il racconto della nascita della prima silhouette.

«Butades, un vasaio di Sicione, fu il primo che inventò, a Corinto, l’arte di modellare ritratti nella terra che usò nel suo mestiere. Fu attraverso sua figlia che fece la scoperta; la quale, profondamente innamorata di un giovane in procinto di partire per un lungo viaggio, tracciò il profilo del suo volto, come gettato sulla parete dalla luce della lampada». Da qui l’origine della pittura su ceramica a figure nere.

Diversi tipi di amore, quindi, danno origine a diversi tipi di arte. Ombre, luci e silhouettes che, in questo caso, coinvolgono tutte le opere in mostra in un gioco di potenziamento e depotenziamento della realtà.

 

Critical text by Beatrice Timillero.

20.05.24 CRASH: Bogdan Koshevoy,Bruno Fantelli
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Bogdan Koshevoy,Bruno Fantelli

CRASH
20.05 ― 10.06.2024

A bi-personal exhibition by Bogdan Koshevoy and Bruno Fantelli, “Crash” is the second in a cycle of four exhibitions held during the 60th International Art Exhibition. The project, conceived by Mattia Sinigaglia, sees painting as the main protagonist and involves artists who studied at the Venice Academy of Fine Arts.

Although the works of Koshevoy and Fantelli are presented through different aesthetics and themes, they are united by a pervasive feeling of disquiet. On the one hand, in Bogdan Koshevoy’s industrial landscapes, now abandoned and disused, silence becomes a protagonist on a par with the melancholic architecture and enigmatic painted figures. On the other, Bruno Fantelli’s grotesque and monstrous crowds create an apparently chaotic narrative in which noise takes shape through material brushstrokes and the reuse of everyday objects that, assembled, come to life.

 

UN DIAVOLO PER CAPELLO

Primo avvertimento: non toccate i Chimei –

Secondo avvertimento: non guardate i Chimei –

Terzo: sul serio, non so se sia il caso di visitare questa mostra!

Se non vi ho ancora convinti lasciate che vi racconti la loro storia e, soprattutto, il motivo per cui sono tanto arrabbiati.

Queste strane creaturine vengono principalmente dalla Cina.

Prima della rivolta avevano nomi diversi: Silicio, Palladio, Cobalto, Litio, Tulio, Itterbio, Lantanio, Cerio, e molti altri; appartenevano alle montagne.

Poi degli strani bipedi senza ali hanno cominciato a scavare nella roccia; li hanno separati, raffinati, drogati (apparentemente questo è il gergo scientifico), e riassemblati in modo ordinato per fare di loro telefoni, elettrodomestici, razzi spaziali e satelliti. Certo, potrebbe sembrare che a questi ultimi sia andata meglio. Eppure, galleggiare per sempre soli, nello spazio… Molti altri, comunque, hanno condiviso un destino peggiore. Le loro tombe risiedono in grandi discariche a cielo aperto, monumenti al disinteresse umano nei confronti del riciclo di materiali preziosi. Gettereste mai un diamante nel cestino? Lo stesso vale per un microprocessore. Tuttavia in Europa l’educazione a riguardo è ancora piuttosto scarsa. Solo il 30% delle cosiddette terre rare (REE), viene infatti smaltito a dovere.

Ahi, mi ha morso! Tutta colpa di Bruno Fantelli e Bogdan Koshevoy, che in un impeto di bontà di cuore hanno dato loro bocche, zampe e case in cui vivere. Visto il caos che c’è qui dentro non sono sicura sia stata una buona idea.

Ad ogni modo i Chimei, così soprannominati in onore di una rivolta dei loro antenati, i feroci Sopraccigli Rossi, ora che possono finalmente parlare non se ne stanno zitti un secondo. Chiedono a gran voce di tornare pendii e crepacci, caverne e letti di fiumi, senza rassegnarsi all’inevitabilità della loro nuova natura. E se Spartaco, forse, avrebbe fatto in tempo a tornare libero, questa rivolta porta il segno della fatalità degli eventi.

La maggiore rappresentate di questa e molte altre metamorfosi è la figura della fabbrica, che qui ritroviamo emblematica nella grande tela di Koshevoy, “Melting Point”. Nonostante il lato umano delle cose spesso le peggiori, è possibile trovare un fascino sinistro nelle mega costruzioni di acciaio e tubi sparse in giro per le campagne. Probabilmente questa riverenza è insita nel genere homo: essendo la creazione di utensili il perno dell’evoluzione della specie, guardare dritto in faccia il simbolo di questo enorme sviluppo non può che essere a suo modo gratificante. Il secondo perno, di sicuro, è l’arte. E con la stessa soggezione possiamo ammirarne i progressi, una fabbrica ad olio che, attraverso l’inquietudine dei suoi colori, ci trasporta nel luogo in cui sia gli umani che i Chimei vengono spesso torturati.

Insieme alla libertà dei piccoli chip in fuga per la stanza, qui possiamo trovare le uniche (quasi) figure umane. La nebbia e l’estasi, così ritratte, potrebbero costituire un rimando all’accettazione della grande macchina in cui siamo tutti imprigionati, nessuno escluso.

I guerrieri però esistono, e sono coloro che davanti alla torre la vedono sdoppiarsi e si interrogano su quanto valga la consapevolezza di questo glitch. È il paradiso terreste ad essere deviato, o lo sono i nostri occhi?

Se la pittura di Koshevoy spalanca delle finestre su questa insicurezza, gli elementi che inserisce Fantelli in questa narrazione condivisa sono ironici spiritelli di minacce ben più gravi. Un diavolo per capello: ecco di cosa sono fatte oramai le nostre teste. Ma attraverso il pennello e l’utilizzo, in questo caso, di materiali di recupero reali e tridimensionali, i problemi di ogni sorta vengono miniaturizzati. In questo modo, pur costringendo la realtà ad autodenunciarsi, l’intervento del pittore la rende più affabile, molto meno spaventosa di quanto non sia. Rende anche possibile uno sguardo dall’alto, meditativo, capace di ragionare sulla situazione piuttosto che esserne travolti.

È imperativo quindi sfruttare questo utile momento di prospettiva per analizzare con distacco il nostro ruolo nel mondo, conservando la lezione dei Chimei. Viviamo consapevoli delle forze che agiscono attraverso le epoche, coltiviamo la nostra voce e abbracciamo le nostre azioni.

Si è sempre detto che il tempo sta scadendo. Facciamo finta, per un attimo, che sia davvero così.

 

Critical text by Beatrice Timillero.

16.04.24 Voli Pindarici: Pierluigi Scandiuzzi,Mattia Sinigaglia
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Pierluigi Scandiuzzi,Mattia Sinigaglia

Voli Pindarici
16.04 ― 07.05.2024

Joystick inaugurated its new space with “Voli Pindarici”, an exhibition featuring artists Mattia Sinigaglia and Pierluigi Scandiuzzi. The show presents a new cycle of works by both artists in which painting takes center stage, accompanied by sculptural interventions.

“Voli Pindarici” marks the first of four exhibitions taking during the months of the opening of the 60th International Art Exhibition. The artists involved in this cycle of exhibitions represent a new generation of artists from Venice.

 

PINDARO E GLI INGRATI

“Tutti diciamo che le nubi volano; ma nessuno le vede piú provviste di ali di rostri di penne. Pindaro, invece, scorge l’occhio nero della nuvola che avvolge il capo all’aquila di Giove. Per lui, la pioggia abbrividisce, la fiamma càlcitra contro il fumo; e quando Pindaro parla di calcitrare dobbiamo vedere lo zoccolo vibrato. Anche noi diremo facilmente che «muove». Ma Pindaro la vede proprio camminare, e vede il sentiero che essa batte, lungo la verità: e se cammina, ha gambe e piedi, e si può adattarle un calzare. Le canzoni balzano verso il vincitore, hanno viso, e adorno di gioielli d’argento, mescono l’elogio.”

Ettore Romagnoli, prefazione a Le Odi e i Frammenti di Pindaro

Se, da un lato, conosciamo a grandi linee il processo che porta i serial killer a divenire tali (forti o frequenti botte in testa, unite a considerevoli traumi infantili), dall’altro invece è ancora sconosciuta l’origine dei pittori.

Forse la fretta che si ha nel diagnosticare e curare le malattie ha escluso la pressione rispetto all’analisi di fenomeni più felici. Ad ogni modo, alcune cose nel tempo le abbiamo scoperte. Alla nascita, ad esempio, sono troppo leggeri. Nell’eventualità che vengano persi in volo dalla cicogna, troppo goffa per far caso ad un bagaglio così trascurabile, vengono consegnati al nucleo familiare direttamente da uno sgargiante colibrì.

In seguito, nei primi anni di vita, la loro ricerca viene già parzialmente influenzata.

La proporzione è questa: più alto è il numero di drammi familiari a cui sono esposti, maggiore è la probabilità che diventino artisti concettuali.

La questione adolescenziale, dal canto suo, è tutt’ora irrisolta; non si capisce se le grandi domande esistenziali (Chi sono io, perché sono al mondo?), li influenzino più o meno negativamente rispetto ai musicisti. Alcune nuove ricerche de La Penn suggeriscono che tollerino la sofferenza molto meno degli scrittori. Ed è per questo che, spesso e volentieri, la loro scelta verte sul liceo artistico, un playground attivo in cui, a prescindere dall’esplosione graduale o meno dei loro follicoli piliferi, gli è concesso di affrontare con maggiore serenità e colore l’ingresso nella vita adulta.

In questa fase, o poco più avanti, giunge a compimento l’ultimo passaggio conosciuto della maturazione del pittore: il connubio tra anima e materia.

Con la scoperta dei materiali finalmente alla visione è dato un corpo e al soggetto è concesso di radicarsi. Così l’artista diventa ciò che tutti noi conosciamo: un ibrido mitologico composto per metà di energie sottili e per metà di muscoli e della pragmaticità dell’artigiano. Il suo territorio diviene quello del fare, e soprattutto del fare per esistere. Con la stessa naturalezza delle mani al negativo sulle pareti delle antiche caverne o la nonchalance con cui le api impollinano i fiori, egli è schiavo del proprio bisogno.

Saltiamo ora all’analisi dell’appassionato d’arte (posto che ce ne siano ancora). In pochi anni la critica è morta, risorta, rimorta e ririsorta. Ora c’è chi dice che si mostri dirado, principalmente nelle notti senza luna. È sorprendente che la sua mancanza venga avvertita in maniera così violenta e sospirata, soprattutto perché, rispetto alla pittura, essa è parzialmente una costruzione.

Nella sua origine più spontanea la si può identificare con il momento più temuto della vita di ogni genitore: l’inizio della fase dei perché. Perché il cielo è azzurro? Perché gli animali non parlano? Perché, ad un certo punto, un orinatoio ha cambiato la storia dell’arte? A certe domande è difficile dare spiegazioni. Soprattutto perché i bambini non si accontentano, pretendono (giustamente), sempre di più. E se prima con i fulmini era facile, sparati da Zeus in persona in un eccesso di furia, ora per spiegare le nostre nuove verità è necessario come minimo essere un fisico teorico.

Non è questione di perdere la pazienza e arrendersi, quanto più il fatto che le risposte importanti sfuggono (per fortuna), anche ai grandi. E da qui le costruzioni generiche e di una critica moribonda: non potendo fornire risposte convincenti rispetto alle domande importanti (Cosa c’è dopo la morte, perché facciamo arte?), abbiamo cambiato le domande. In una società ipercivilizzata e densa di sovrastrutture, siamo riusciti a prendere le poche persone che si siano mai occupate di cose serie (i filosofi) e le abbiamo relegate in un antro oscuro fatto di autoerotismo e inettitudine al capitalismo. Abbiamo infine moltiplicato le domande rispondibili per sentirci più al sicuro, legittimati, esperti, e progressivamente le domande senza risposta sono diventate un tabù.

Niente paura però: ci sono i maestri.

Alcune risposte ci sono state infatti tramandate, non è detto però che ci piacciano abbastanza. Di seguito verranno riportati due spunti di riflessione, ampiamente rimaneggiati nella forma ma non nel concetto.

Il primo è costituito da una frase di Longhi, facente parte del libro Proposte per una critica d’arte (pubblicato inizialmente sotto forma di testo per la rivista Paragone, 1950), nel quale egli sottolinea l’importanza del gesto di Lord Elgin nei confronti dei celebri marmi del Partenone. Al di là delle moderne condanne, Thomas Bruce, conte di Elgin e ambasciatore presso Sua Maestà Britannica, non appena vide questi marmi appesantiti da secoli di incurie e ricoperti di neve e ghiaccio decise che sarebbe stato imperativo trovare la chiave della loro salvaguardia. Il resto della storia la conosciamo. Longhi usa questo passaggio per sottolineare quanto questa sia la vera critica d’arte nella sua forma più pura: vedere qualcosa che ci piace e reagire di conseguenza.

Il secondo si configura in un’ottica di estetica evoluzionistica. Per spiegare con criterio il pensiero di Winfred Menninghaus servirebbe molto più spazio, per questo vi chiedo cortesemente di avere un poca di fiducia. Nel suo libro A cosa serve l’arte? L’estetica dopo Darwin , pubblicato inizialmente a Berlino nel 2011 e successivamente tradotto in italiano grazie al contributo dell’Università di Verona, il professore arriva a paragonare (in un dettagliato volo pindarico), il sistema dell’arte contemporaneo allo schema innato messo in atto dai pavoni. La natura del pavone maschio, poligamo e stupefacente, non è che quella di fare la ruota, per amore o per timore. Le pavone, dal canto loro, non fanno altro che scegliere la ruota più bella, legandosi al maschio prettamente sulla base del gusto. Menninghaus attribuisce alle opere d’arte il ruolo del pavone maschio (ricordiamo: bello e poligamo), e ai galleristi (monogami e servi di questo incanto), il ruolo del pavone femmina.

Visto? Nulla di più semplice. Se le parole infatti del poeta e dello scrittore sono subordinate ad un’invenzione, quella del linguaggio, nel caso del pittore figurativo le sofisticazioni si annullano, il quadro esiste di per sé e comunica già ciò che è fatto per comunicare. Anche facendo un processo alle intenzioni abbiamo già dimostrato come si giunga solo alle domande meno importanti, rischiando di sminuire addirittura la magia che lega lo spettatore e l’opera. Per questo l’invito finale è quello di godere dei lavori in mostra per ciò che sono, miracoli antichi e sudore nuovo, manifestazioni astrali di scimmie emancipate, gioia per gli occhi e archivi di ricordi e sensazioni.

 

Critical text by Beatrice Timillero.