“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.
Organised with the support of several members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community.
8 Dicembre 2025
Ho scelto di non parlare direttamente del quadro, dare una suggestione… è venuto così.
Calicanthus
Lo sguardo immerso nelle lingue del fuoco, le sagome del cerchio di pietre danzano, ipnotizzando. Il crepitio accompagna le volute di fumo che, salendo, si disperdono nel fogliame agitato dalle sbaffate di calore. L’uomo è seduto a terra, le gambe incrociate; intorno a lui, le scure montagne aguzze delle Alpi Apuane. Lo sguardo assorto, disteso, tra le mani un ultimo pezzo della cena.
Era un classico venerdì sera: l’abitudine ormai decennale di lasciarsi la città alle spalle, di allungare lo sguardo più lontano, sprofondando in quel denso e profondo habitat. Assorto, un tutt’uno col bosco, d’un tratto una serie di strani gridolini lo destò, come un chiacchiericcio, un borbottio rapido.
Al limitare del cerchio di luce, una figura si muoveva circospetta, sfiorando la penombra con un’eleganza innata. Si osservarono per un po’: la sagoma scura dell’animale indugiava in maniera circolare attorno al fuoco, galleggiando nel campo visivo. L’uomo non cambiò atteggiamento, consapevole dell’ospite, felice in cuor suo di quella visita ma, istintivamente, rispettoso dell’animo selvatico e combattuto della creatura.
Il muso dell’animale, per un attimo, guizzando si bagnò di luce, mostrando l’inconfondibile musetto di una giovane volpe. Sembrava stare bene, anche se il corpo appariva magro e spelacchiato. Per un attimo l’uomo ebbe la voglia di allungare la mano, di lanciarle il pezzo di focaccia con il generoso prosciutto che gli era rimasto; ma quell’inizio di gesto, seppure solo interno, spaventò l’animale, che in un attimo scomparve nella fitta boscaglia.
Poteva ancora vedere gli occhi dell’animale, che nel buio riflettevano il fuoco, o così pensava, affascinato, il campeggiatore. Mentre la piccola volpe cominciava di nuovo ad avvicinarsi, egli si ricordò un episodio accaduto anni prima, che lo bloccò dentro. Durante una passeggiata in montagna gli era capitato di trovare un giglio selvatico, un fiore arancione e bianco, stupendo: si distingueva da tutto il resto del sottobosco fatto di foglie secche e verde brillante.
Non ne aveva mai visto uno; era perfetto. Decise di prenderlo, ma uno dei compagni di cammino glielo sconsigliò. Purtroppo, preso da uno slancio romantico, volle portarlo con sé per mostrarlo alla propria compagna. Neanche a metà del tragitto di ritorno, il fiore era irriconoscibile, e alla fine sembrava un triste palloncino sgonfiato. Da quel giorno non colse più un fiore selvatico.
Quei pensieri si sovrapposero alla scena del momento. Dentro di sé si rese conto che allungare del cibo a quella volpe, anche se in quel gesto si racchiudeva un istinto millenario, sarebbe stato come recidere quel fiore: spezzare, anche solo per un istante, un legame selvatico.
Fu un attimo. Prese un paio di piccole rocce, le lanciò contro l’animale, poi si alzò in piedi urlando e salutando la giovane volpe mentre, stupita e impaurita, scompariva nel buio dolce della notte.
Critical text by Cristiano Focacci Menchini
Image credits: Bianca Francesca Serafin, Gemma Turroni