“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.
Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.
ちょっとした謎
Chottoshita nazo
Davanti all’opera “To ni to, kar vidim! (Stigmate di San Francesco di Jan van Eyck)”, 2024, di Aleksander Velišček, è impossibile non accigliarsi. Prima ancora della ragione è l’istinto a metterci in guardia: i buchi non sono buchi, la tela è soltanto una copia.
L’inganno sta nel nostro modo di pensare al quadro come un riferimento a qualcosa di per lo più preciso (per quanto magari volatile); una rappresentazione che, come suggerisce l’etimologia della parola stessa, inevitabilmente fa riferimento a un aspetto del reale entro cui viene concepita. È come se, guardando un’opera d’arte moderna o contemporanea, il nostro sguardo venisse sempre deflesso verso qualcosa d’altro: un sentimento, un’idea politica, una fantasia, un difetto, un particolare, una determinata narrazione.
In questo caso il dipinto (che è una copia di una copia di una copia di altre copie), rompe subdolamente la quarta parete e ci fissa di rimando, dichiarando di essere esattamente ciò che è. Questa silenziosa presa di posizione, paradossalmente, manda in cortocircuito la nostra abitudine in quanto osservatori. Alla nostra attenzione, infatti, non viene più concesso di trovare un punto fermo al di fuori dell’opera, anzi; il nostro focus resta intrappolato lì, sull’idea stessa di cosa sia un dipinto e cosa no, che cosa abbia valore e cosa no, cosa sia vero e cosa sia falso. Una vero e proprio loop, che si traduce in termini concettuali in una sfida alla percezione realizzata con precisione chirurgica.
È indicativo che il livello zero del lavoro faccia riferimento al pittore fiammingo Jan van Eyck, celebre per il sublime utilizzo della pittura ad olio ma, soprattutto, per essere stato uno dei primi artisti ad abbandonare il canone imposto dalla pittura tardo gotica in favore di un utilizzo della prospettiva più realistico. Sarebbe interessante assistere alla sua reazione davanti alle intrusioni di Velišček, vederlo reagire ad un altro tipo di gioco.
Image credits: Bianca Francesca Serafin