“I Pilastri” is a cycle of solo exhibitions presented by Fondazione Malutta dedicated to the foundation’s veteran artists — the solid and steadfast figures who have shaped its identity over time. Conceived by Thomas Braida and inspired by the “Pillars (Hashira)” from Koyoharu Gotōge’s cult manga Demon Slayer, the project celebrates artists who have refined their practice through relentless dedication and mastery.
Curated and organised by Thomas Braida and Anastasiya Parvanova, with the support of the members of Fondazione Malutta, I Pilastri highlights the strength, individuality, and technical prowess of each artist, revealing the distinct creative force that makes them true cornerstones of Fondazione Malutta’s artistic community. Each exhibition in the cycle is accompanied by a critical text by Beatrice Timillero.
マントラ
Mantora
Ci sono giorni buoni e cattivi per tutti. È spesso nei secondi che, come fu per Gauguin, ci vengono in mente le domande peggiori: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, ma, soprattutto, “Chi cazzo ce lo fa fare?”.
Alla nostra generazione, purtroppo, non sono concesse risposte semplici. Il mondo non è mai stato così diverso dalle sue versioni precedenti e gli insegnamenti che ci sono stati tramandati sono utili soltanto a metà. Per millenni la società non ha dato modo ai propri figli di scegliere; dappertutto sono nate mogli, nutrici, braccianti, schiavi, principesse, padroni e soldati. E se oggi queste usanze ci sembrano ridicole, dobbiamo comunque fare i conti con il vuoto generato dalla loro mancanza.
L’opera “Water carries everything (Bogdan e Daria)”, 2023, di Nebojša Despotović, è ispirata da una riflessione sui dettagli della vita contadina dell’est Europa. L’origine del ragionamento si trova in un oggetto inusuale: il paraschizzi, usato in cucina per proteggere la parete sopra al fornello. Molto lontano dal minimalismo moderno, quest’ultimo era fatto di tessuto, e, tra i suoi ricami, includeva frasi motivazionali e immagini riguardanti un lessico familiare che ora suona quasi proibito.
A questo antico ricettacolo di valori e sporcizia l’artista contrappone il suo, dipinto su una tela sottile (fragile agli occhi come una pelle umana), in cui gli schizzi non sono altro che la rappresentazione stessa della temporalità massima in cui i soggetti, solidi e statici, sono stati da lui immersi. Le presenze e gli scorci animano una quinta teatrale caotica rispetto alla solidità delle due figure protagoniste, immortalate non in un bacio o in un abbraccio romantico ma in una posizione che suggerisce con naturalezza il loro personalissimo modo di approcciarsi alle sfide della vita.
Un lavoro, quello di Nebojša, che trova tutte le risposte perfette alle domande di cui sopra, soprattutto all’ultima: un serio, motivato e un po’ compianto “noi”.
Image credits: Bianca Francesca Serafin